Riscoprendosi a casa… (lettera di Giacomo dal Ciad)

Riscoprendosi a casa…
Piove…
Quest’anno la pioggia ha deciso di iniziare a cadere un po’ prima del solito su questa terra fatta di sabbia e polvere.
Infatti nella prima metà di luglio la pioggia ha iniziato a bagnare il terreno, che era abituato ad accogliere le prime piogge verso l’inizio di agosto.
01comunitaÈ così che gli ultimi viaggi pastorali, programmati dall’inizio dell’anno per visitare le ultime (e distanti) comunità, diventano delle vere e proprie avventure.
Partiamo alla volta di Amdjaras con il fresco delle 5 del mattino insieme a padre David, Gregoire, Bertrand e Madas. I volti assonnati (soprattutto il mio) e la consapevolezza dei tanti Km di viaggio che ci aspettano (Infatti tra Amdjaras e Abéché ci sono circa 450 km di cui una buona metà in pieno deserto) sono il sottofondo dell’inizio del nostro viaggio.
La prima tappa la facciamo verso le 10 del mattino a Guereda, una cittadina dove è presente una delle numerose comunità della parrocchia. Qui veniamo accolti con calore da una famiglia che abita dietro la cappellina dove ogni domenica i fedeli si ritrovano a pregare insieme, con boule e souce. Ed è così che la nostra colazione prende i connotati di un vero e proprio pranzo, come spesso succede qui in Ciad (più volte mi sono ritrovato a mangiare un bel piatto di pasta alle 4.30 del mattino, con il sonno ancora in agguato). Salutiamo tutti e ripartiamo! È qui che le cose iniziano a fare sul serio. Inizia il deserto!
La prima differenza è che la “strada” consiste nelle tracce che qualche altro viaggiatore ha lascito sulla sabbia. Tu inizi a seguire queste due linee sulla sabbia, sperando che ti conducano là dove sei diretto. È così che iniziamo ad avventurarci nel deserto, seguendo l’eredità del viaggio di qualcun altro, e lasciando in eredità una “strada” che verrà intrapresa da qualcuno dopo di noi, spinto dalla stessa fiducia.
Ecco che ben presto mi si presenta ben chiaro il significato di viaggiare nel deserto.
Infatti su un tratto di sabbia apparentemente identico a tutti gli altri, la macchina comincia a slittare un po’, le ruote iniziano a perdere presa, e la 02auto_desertomacchina, invece che andare in avanti, comincia ad andare verso il basso. Capiamo ben presto di esserci insabbiati! Il padre spegne la macchina, scendiamo per vedere come risolvere la situazione, e ben presto la situazione è chiara! Tiriamo fuori le due pale che avevamo caricato prima del viaggio e iniziamo a spalare via la sabbia che è arrivata fino a metà ruota sotto il caldo cocente del sole delle 11.30. Finito di spalare, inseriamo il quattro per quattro e iniziamo a spingere per aiutare la macchina, ben carica, a uscire dalla fossa che si era formata sotto le ruote. Dopo diversi tentativi, diverse spalate e molto sudore che fa incollare la sabbia alla pelle, riusciamo a far ripartire la macchina. È così che riprendiamo la strada per Tine (prima tappa prima di arrivare ad Amdjaras, è praticamente impossibile fare tutto il viaggio Abéché-Amdjaras in un giorno). È così che mi si presenta ben chiaro uno dei sinonimi di pioggia in questa zona del Ciad. Infatti, ad un certo punto, inizio a scorgere delle macchine ferme in lontananza. Ci facciamo strada tra le macchine ferme per vedere qual è il problema. Una massa d’acqua taglia la strada impedendo il passaggio. È così che finalmente vedo con i miei occhi il mio primo Uadi. Infatti in questa regione, quando cade l’acqua si formano questi torrenti, che in realtà assomigliano a dei veri e propri fiumi, d’acqua violenti profondi e larghi diversi metri, che impediscono in ogni modo il passaggio. È così che molti villaggi e città diventano irraggiungibili durante questa stagione.
Fortunatamente quando arriviamo noi l’acqua non è troppo profonda ed è possibile attraversarla, è così che non ci tocca aspettare troppo, ma subito dopo aver attraversato una massa d’acqua che arrivava a metà portiera, qualcuno nella macchina inizia a raccontare storie di viaggi in cui ci si è fermati per diverse ore davanti a un Uadi, per aspettare che il livello dell’acqua calasse. Il risultato di essere impazienti davanti a un Uadi è sotto gli occhi di tutti, infatti sono numerose le carcasse di Camion che, cercando di attraversare la massa d’acqua, si sono bloccati a metà strada e il conducente si è ritrovato obbligato a lasciare il carico e il veicolo per mettere in salvo la vita.
È a causa degli Uadi che siamo costretti a deviare dalla via che solitamente si prender per andare a Tine. Allunghiamo così la strada, e ad un certo punto, in mezzo al nulla del deserto, risulta molto utile quella tanica di una ventina di litri di benzina che ci ha disturbato per tutto il viaggio con il suo odore terribilmente forte che aveva invaso la macchina (e anche il mio zaino visto che era caduto sopra a una piccola pozza formatasi nel bagagliaio, impregnando ovviamente tutti i vestiti all’interno). Infatti il carburante era finito. È così che ci fermiamo per svuotare la tanica nel serbatoio. Arriviamo finalmente a Tine, stanchi e affamati. Veniamo accolti calorosamente dalla comunità, che ci stava aspettando con ansia da qualche ora. E allora si mette da parte la fatica e si iniziano a conoscere tanti volti nuovi, tanti nomi nuovi, ci si siede insieme intorno a un the e iniziamo a raccontare le nostre “normali” disavventure. È così che in semplicità inizio a condividere sempre più la concretezza di queste persone, che considerano normale fare viaggi come questi.
Passiamo una notte turbolenta, infatti dormendo fuori per goderci un po’ di aria fresca, veniamo sorpresi a metà notte dalla pioggia. Questo non ci impedisce di provare ad arrivare ad Amdjaras il giorno seguente, nonostante le voci sul fatto che gli Uadi siano tutti pieni. Dopo un’abbondante colazione ci mettiamo in marcia verso la nostra meta. Dopo esserci infossati nella sabbia tre o quattro volte, e dopo le ennesime notizie sul fatto che gli Uadi sono pieni, decidiamo che non è il caso di proseguire e di rientrare a Tine.
È così che siamo costretti a darci per vinti e di comunicare alla comunità che ci stava aspettando che non sarà possibile raggiungerli, e che tutte le attività previste saranno rimandate all’anno prossimo (andando a visitare le comunità due o tre volte l’anno, ogni visita è sfruttata per celebrare eventuali matrimoni, battesimi, cresime…). Passiamo il week-end a Tine. Abbiamo allora l’occasione di andare a vedere un Uadi presente alla frontiera tra Ciad e Sudan (Tine infatti si trova alla frontiera tra i due paesi). Abbiamo modo di vedere come le persone, per attraversare l’impetuoso corso d’acqua, costruiscono zattere di botti di ferro e vengono guidate da una “squadra” di una decina di nuotatori, che cercano di interpretare la violenta corrente per riuscire a portare i passeggeri dall’altra parte del fiume. Fa davvero impressione vedere queste scene e soprattutto realizzare che per queste persone non è che un’altra giornata “normale”.
Tra le varie cose veniamo anche sorpresi da una tempesta di sabbia durante il nostro soggiorno a Tine.
In pieno giorno in lontananza vediamo una nube nera che inizia ad avvicinarsi rapidamente, è così che ci ritroviamo dopo qualche momento nell’oscurità più totale, e con la sabbia che ti circonda da ogni parte.
Infine domenica, dopo aver mangiato qualcosa iniziamo il viaggio di ritorno. Ed è qui che faccio esperienza della difficolta del viaggiare nel deserto. Infatti ci perdiamo lungo la strada. Abbiamo seguito diverse volte le tracce che conducevano a una meta diversa dalla nostra, a tal punto che ad un certo punto ho l’impressione che passeremo la notte in pieno deserto. Fortunatamente troviamo lungo il cammino uno di quei rari villaggi presenti lungo la strada, e gli abitanti riescono a rindirizzarci lungo le giuste tracce. È così che, quando il sole era già caduto oltre l’orizzonte, riusciamo a raggiungere 03acquaGuereda e dormiamo nella comunità. Il giorno seguente riusciamo a raggiungere senza troppi problemi Abéché dove riposiamo.

Piove…
Le prime piogge qui ad Abéché sono state accolte come una benedizione. Ho ancora negli occhi quel pomeriggio in cui mi trovavo vicino alla segreteria quando ha iniziato a piovere e ho visto Omar, un uomo che lavora per una ong gesuita che accoglie rifugiati sudanesi in Ciad, uscire sotto la pioggia con le mani alzate al cielo e il sorriso sulle labbra ad accogliere una delle prime piogge. Purtroppo sono anche fonte di problema.
Infatti prima di tutto gli Uadi si formano anche qui in città. A partire dai fiumiciattoli d’acqua che si formano lungo le piccole strade sterrate nella maggioranza dei quartieri, fino a veri e propri fiumi d’acqua che dividono le varie zone della città, rendendo impossibile per qualche ora passare da un quartiere ad un altro.
La seconda problematica, presente soprattutto a N’Djamena, e quella dell’allagamento.
L’acqua, dopo qualche ora di pioggia, non riesce a filtrare attraverso il terreno argilloso della capitale, fermandosi in superfice e formando veri e propri acquitrini nei quartieri. È così che per molti non è possibile uscire di casa durante le piogge, per molti risulta difficile in questo periodo uscire dal proprio quartieri, e la vita in generale diventa tremendamente complicata.
Quest’anno per noi ad Abéché si è presentato un altro problema. Le prime piogge, infatti, sono state accompagnate da forti e violenti venti. In Particolare c’è stato un forte tornado che ha portato diversi danni alla città. Nella parrocchia è caduto qualche albero, una sala “aperta” è stata completamente scoperchiata dalla violenza del vento, in citta diversi cartelli pubblicitari di metallo sono stati piegati a metà dal vento, una tettoia di metallo che serviva per riparare le persone dall’acqua nel piccolo mercato del quartiere di Taradona è completamente crollata… Insomma la citta è stata decisamente messa alla prova da questo tornado che ha portato tante difficoltà e problemi.

Piove…
04naturaEd è così che in questa terra normalmente arida e piena di polvere e sabbia scoppia la vita, l’erba inizia a cresce, il panorama inizia a diventare verde vivo, si cerca di sfruttare ogni angolo di terreno a propria disposizione per piantare qualche piantina, qualche semente per sfruttare al massimo quello che la natura fa mancare per circa 10 mesi l’anno qui ad Abéché.
e così anche in parrocchia diversi parrocchiani vengono a chiedere il permesso di piantare qualche piantina sul terreno della parrocchia, e che vedo in ogni angolo di quella che ormai è diventata casa mia, si popola di piccole piantine che crescono in fretta dopo ogni piccola o grande pioggia.
È così che la temperatura di questa piccola fetta di terra diventa decisamente più umana.
È così che i cieli d’africa diventano incredibilmente belli. Ogni sera ho l’onore di assistere a spettacoli incredibili! I tramonti di questo periodo sono qualcosa di davvero indescrivibile, mi perdo spesso a guardare il cielo quando il sole comincia a nascondersi dietro la linea dell’orizzonte.

Piove…
Mentre sono in strada per andare a visitare la famiglia di Merci. Una delle tante famiglie che ho conosciuto in questo mese. Piano piano, quelle case anonime lungo la strada iniziano a diventare famigliari, iniziano ad avere dei volti, iniziano ad avere della storia. Sorprendersi nel riconoscere la casa di qualcuno, rendersi conto di conoscere la strada per raggiungere la casa di un amico o di una famiglia amica. È bello uscire qualche volta solo lungo la strada per andare a visitare un amico, per andare a visitare qualche malato (in questo periodo di pioggia, che ha portato anche a un aumento di zanzare, i casi di malattia sono decisamente aumentati), o partire qualche volta da solo a pregare con i carcerati. Questa è la cosa più bella che mi sta restando in questi mesi, visitare le famiglie, visitare semplicemente. Con la voglia di scoprire, di immergersi in questa concretezza delle persone che mi stanno donando tanto, mi donano tempo, mi donano pazienza, mi donano sorrisi. Spesso vieni accolto da una boule ustionante, seguita da un the ancora più caldo, e piano piano si crea un legame. Nella semplicità, nello scherzare sul fatto che non sono ancora troppo capace di mangiare la boule, nello scherzare sul fatto che per me quel bicchiere di the è dannatamente ustionante, semplicemente essendo sé stessi. È bello farsi educare all’essere semplicemente sé stessi da questa famiglia di cui sto iniziando a fare parte qui in Ciad. Farsi educare all’accoglienza. Farsi educare all’ascolto. Qualche folta farsi educare anche al silenzio. Perché qualche volta non c’è molto da dire, ma c’è un silenzio da condividere, insieme, seduti uno accanto all’altro, condividendo quel poco che si ha. Ed è così che piano piano queste persone entrano nel mio cuore, è così che “in un giorno di pioggia” durante una delle visite al carcere vengo rinominato Allaramagi, Dio ha fatto bene. È così che anche io, in silenzio, piano piano inizio a farmi spazio nei cuori di queste persone, e assisto alla meraviglia che è il brassage. Inizio ad affezionarmi, inizio a scoprire tanti piccoli e grandi tesori che si racchiudono in queste persone, tante piccole e grandi perle preziose che sono le conversazioni con alcuni che non spalancano solo le porte di casa, ma anche le porte del loro cuore.

Piove…
Ma io e Alain continuiamo a camminare tranquilli lungo la strada, sotto quella che è una pioggerella rispetto agli acquazzoni a cui il Ciad mi ha abituato. Mi sta raccontando che finalmente è stato ammesso al quarto anno di medicina, mentre è da circa sei anni che frequenta… Finalmente lo sciopero dei professori (in realtà lo sciopero coinvolge tutti i lavoratori statali, che sono praticamente la totalità dei lavoratori in Ciad, e quindi anche dei dottori, costringendo gli ospedali a un regime che cura solo le emergenze, poiché il presidente continua a non pagare gli stipendi dei lavoratori) è stato interrotto, è così che per tutto il mese di luglio le lezioni sono riprese in maniera normale, anzi. In maniera accelerata. Molti studenti, infatti, mi raccontano di come corsi di qualche mese, vengono terminati dai professori in qualche giorno. È così che molti studenti si ritrovano a preparare e studiare tutto l’anno accademica, in un mese. È così che molti amici sono scomparsi dalla circolazione durante questo ultimo mese, perché costretti a cercare di preparare gli esami sulle slides frettolosamente consegnate dal professore qualche giorno prima della data in cui i ragazzi sosterranno l’esame. È così anche che mi rendo conto di come davvero in questo paese il futuro dei giovani è terribilmente complicato. In diversi per riuscire a terminare un’università di 3 anni, ne impiegano 5 a causa degli scioperi. In diversi, sfiniti dalle tasse universitarie e dal costo della casa, decidono di abbandonare a metà gli studi.
Anche i ragazzi che devono sostenere il corrispettivo della maturità qui in Ciad, si ritrovano a sostenere questo esame dopo un anno in cui sono stati più i giorni che hanno passato a casa a causa degli scioperi, rispetto ai giorni passati a scuola. È così che lo stato si è ritrovato costretto a permettere di far passare la maturità a partire da una media di 7.5 (l’esame è valutato su 20, normalmente il minimo per passare è una media del 10), ed è così che il governo del Cameroon (meta privilegiata dai giovani Ciadiani per andare a frequentare l’università, evitando così gli inconvenienti degli scioperi) ha già anticipato che le università del paese non accetteranno studenti provenienti dal Ciad che hanno fatto la maturità in questo anno scolastico.

Piove qui in Ciad, cade questa pioggia che allo stesso tempo è benedizione e maledizione.
Mi sto immergendo in questo popolo, in questa terra, che sto imparando a chiamare casa.
Sto scoprendo la gioia della semplicità, la gioia che sta nelle piccole cose. Sto riscoprendo la bellezza del sognare insieme, la bellezza di sentirsi capaci di progettare insieme un futuro. La bellezza dell’essere “semplicemente” me stesso, che tanto semplice non è, essendo abituato a cercare di essere sempre all’altezza di tutto e di tutti. Riscoprire la bellezza del chiedere perché, la bellezza del sorprendersi davanti a qualcosa che si vede per la prima volta, o che si scopre piano piano.
Queste persone mi stanno plasmando, mi stanno edificando, e forse io sto un po’ edificando loro. È questo il bello di immergersi in una cultura diversa, farsi edificare gli uni dagli altri, farsi scoprire con pazienza dalle domande che l’altro ci pone, nelle frequenti occasioni di dialogo. Riscoprire la bellezza della noia, riscoprire il coraggio di restare a fianco di una persona, senza avere più parole da dire. Scoprire che a volte il silenzio può dirti avvero più di quante mille parole posso dirti.
Arrabbiarsi per le ingiustizie e le incoerenze di questo mondo, che a tratti sembra terribilmente assurdo. Avere negli occhi la forza di madri che tirano avanti una famiglia di sette, otto bambini senza poter contare sull’aiuto del marito, sparito in qualche angolo di mondo.
E la cosa più grande per me in questo tempo è riscoprire questo mondo tremendamente legato al mondo che ho lasciato dall’altra parte. Rendersi conto di come il mondo effettivamente è tremendamente simile a un teatro, dove questi popoli d’Africa e del “Sud” del mondo sono il pubblico, seduto nella platea (o meglio spesso obbligato a restare seduto in platea), e dove i pochi attori in scena rappresentano noi abitanti del “Nord”. I fari che illuminano la scena sono talmente forti che impediscono a noi di vedere quello che succede al di fuori del palco, e allo stesso tempo impediscono alle persone in platea di riconoscere le persone al proprio fianco. Ecco perché vi invito a provare a scendere da quel palco, provare a interessarsi a questo pubblico, provare a dare finalmente la possibilità a tutti di essere protagonisti. E allo stesso tempo mi sento profondamente spinto a invitare coloro che sono in questa platea a alzarsi, rialzarsi e prendere parte a questo spettacolo che è a vita.
È così che trascorre il tempo qui in Ciad, tra riflessioni e relazioni, tra viaggi per incontrare persone lontane, di tempi in silenzio e tempi per sognare insieme. Con la voglia e il desiderio di portarvi tutti qui con me per “venire e vedere”, per permettere a tutti voi di essere trasformati dalla semplicità disarmante di queste persone, dal coraggio disarmante con cui viene affrontata ogni nuova giornata. Per riscoprire come la relazione con l’altro sia ciò che davvero può riempirci, può trasformarci e renderci consapevoli di come davvero abbiamo nelle nostre mani l’occasione di diventare tutti insieme protagonisti di un mondo diverso.
Vi auguro una buna fine estate.
Un abbraccio!

a questo link è possibile vedere altre foto ricevute da Giacomo

Non costruire muri, ma strade

gruppo_palermo_lampedusaSono partiti questa mattina i giovani che partecipano al campo di conoscenza e formazione a Palermo e Lampedusa organizzato da Caritas e Centro Missionario. Hanno voluto chiamarlo “A porta si rapi di intra” (La porta si apre da dentro).
Qui di seguito un articolo che hanno scritto qualche settimana fa e pubblicato dal settimanale diocesano Nostro Tempo.

Porti chiusi? E noi come attracchiamo a Lampedusa da Porto Empedocle? Migranti siamo anche noi, che tra poco più di un mese saremo in viaggio verso sud, percorrendo una rotta contraria, o meglio, controcorrente. Pensandoci migranti inversi non siamo noi protagonisti di un percorso che va alle periferie.
Questa volta il centro è proprio Lampedusa, crocevia di uomini che si riconoscono tali. Lo straniero forse ci spaventa non perché mina la nostra sicurezza, ma perché intacca le nostre sicurezze. Come scrive Sukethu Mehta, migrante indiano: «Nelle nazioni ordinate respingiamo il rifugiato perché è la somma delle nostre peggiori paure, il futuro incombente del ventunesimo secolo portato in forma umana alle nostre frontiere.
Dal momento che nel paese da cui proviene non era necessariamente povero, il rifugiato è il promemoria vivente del fatto che anche a noi potrebbe succedere la stessa cosa. L’occidente non viene distrutto dai migranti, ma dalla paura dei migranti».
Oggi, ad emergere, non è la crisi dell’altro, bensì quella del noi, dell’identità umana. Si è sentito spesso parlare dei problemi che queste ondate migratorie portano nei nostri paesi, vite sono state strumentalizzate a scopi politici e per legittimare l’uso della voce grossa, per testimoniare che si ottengono risultati solo imponendosi e rischiando – ma sull’esistenza altrui, sia ben chiaro. Solo un’eco lontana riferiva la brutalità dei lager libici, veri e propri campi di concentramento.
Combattere esige una strategia, ma non può essere a scapito di chi la propria voce non può farla sentire. Sentiamo il ! bisogno di andare oltre. Tanti ques! iti irri solti, chiacchiere da bar che non ci bastano più, andare alla fonte di accattivanti titoli di giornale, sperimentare una conoscenza diretta e cogliere la possibilità di avere un interlocutore autentico.
Sentiamo la necessità di comunicare la gioia dell’incontro, per essere testimoni di un confine che non è punto di separazione, ma di contatto. Tutto ciò non può prescindere da uno schieramento chiaro: in un mondo che ci vuole sempre più ignoranti, abbiamo ancora voglia di vedere con i nostri occhi e sporcarci le mani con la realtà. Non vogliamo costruire muri, ma strade. È questa che riteniamo la sfida della democrazia: essere pronti e disponibili a cambiare punto di vista, per mirare a un bene che sia davvero comune. Questo viaggio si fa ancora più necessario proprio oggi, ora che la paura porta a barricarsi nei singoli stati. Papa Francesco ha detto di accogliere secondo la possibilità di «integrare, educare e dare lavoro » e noi stessi riconosciamo impellente l’esigenza di strategie, ma non è accettabile differenziare il diritto alla vita su base etnica. Lampedusa serve anche a questo, a riconoscere che in quella piccola isola, più vicina all’Africa che all’Europa, si tende una mano a chiunque sia in mare, perché ci si riconosce tutti fratelli e tutti bisognosi di aiuto. Come cittadini attivi sappiamo bene che il tema dell’immigrazione ha tante sfumature, che è un argomento sulla bocca di tutti e che non ha soluzioni immediate, ma crediamo anche che esista un’alternativa che ci renda più umani.
In una storia ci sono sempre due versioni: in fondo vogliamo solo ascoltarle entrambe prima di prendere posizione. A tutti noi il tentativo della ricerca di nuovi spunti.

Con le porte aperte verso l’altro – Lettera di Giacomo dal Ciad

20180522giacomo07portaEccomi qui. Davanti alla pagina bianca… Cerco di trovare qualche manciata di parole per descrivere questo primo mese di Ciad nella parrocchia di Abéché.
Già, penso tra me e me mentre mi trovo davanti al foglio bianco, è già passato un mese. Mi sembra ieri il 10 aprile quando sono atterrato a N’Djamena accolto dal caldo tipico di questo periodo dell’anno che precede la stagione delle piogge.
Questo mese è stato ricco di volti, di presentazioni, di silenziosa scoperta, di viaggi per andare a incontrare le comunità della parrocchia.
Infatti mi trovo in una parrocchia grande circa come l’Italia, e i tre padri comboniani che sono in questa parrocchia (Filo, Bernard e David) cercando di visitare 2-3 volte l’anno tutte le comunità del territorio. Ed è così che ogni week-end parte una delegazione dalla città di Abéché, con due padri e tutti coloro che della città hanno voglia di partire fino a riempire la jeep in partenza. Molto spesso ci si ritrova sardine, fitti come sardine nella jeep in partenza, per il numero di persone che decidono di partire.  Continue reading

Con il cuore leggero e spensierato… Lettera di Giacomo (in Ciad) ai partenti per le esperienze estive

20180513ricci_giacomoCari partenti come state?
State sopravvivendo al mese di maggio?
Siete carichi per partire?

Prima di tutto mi sembra giusto presentarmi un pochino (visto che la maggior parte di voi non sa nemmeno che faccia ho, mentre per altri è fin troppo nota): mi chiamo Giacomo e ho 23 anni, se eravate presenti il 24 marzo alla GMG diocesana sono quello che ad un certo punto era faccia a faccia con il Vescovo per ricevere il mandato per la mia partenza per il Ciad, paese che si trova al centro dell’Africa)
In queste prime settimane dell’esperienza in Ciad, mi è capitato spesso di pesare a voi e allora… eccomi qui a scrivervi questa breve lettera in vista della vostra partenza! Continue reading

Messa e incontro con don Maurizio Setti

20180522setti_gesu_redentoreMartedì 22 maggio avremo la possibilità di incontrare don Maurizio Setti, missionario modenese in Brasile. Dopo tanti anni trascorsi nella diocesi di Goias, don Maurizio ha vissuto l’ultimo anno nella diocesi di Sao Gabriel da Cachoeira, in piena foresta amazzonica, al confine con Colombia e Venezuela. Il suo desiderio di spostarsi in Amazzonia è derivato anche da una richiesta specifica dei vescovi del Brasile di inviare missionari in questa terra e proprio per questo Papa Francesco ha convocato un Sinodo speciale per l’Amazzonia per l’ottobre 2019.
Ci aveva raccontato qualcosa di questa sua nuova esperienza prima di partire (video qui) e ora potremo ascoltare da lui direttamente le prime impressioni di questa esperienza di missione così nuova.
Don Maurizio in questo anno ci ha mandato molte foto e anche qualche video e ora abbiamo la possibilità di ascoltare da lui direttamente questa nuova esperienza.
Qui a fianco la locandina della serata da diffondere.
Ecco il programma della serata:
ore 19 messa
a seguire cena
ore 20,45 circa incontro/testimonianza con don Maurizio